Sabato 23 Aprile:HUTA: HOW TO UNDERSTAND ANIMALS—–e i bravissimi Ronny Taylor

HUTA  1

– HUTA: HOW TO UNDERSTAND ANIMALS è il nuovo album degli Huta, uscito per EdisonBox, Vollmer Industries, Canalese Noise e TADCA Records. L’album è in ascolto su http://edisonboxrecords.bandcamp.com/album/how-to-understand-animals .

Huta
How to Understand Animals

di Matteo Castello
Ce n’è vo­lu­to di tempo per ar­ri­va­re al primo la­vo­ro in stu­dio dei cu­nee­si Huta, trio for­ma­to nel 2008 da Gil­les Car­le­va­ris, Si­mo­ne Mi­la­no e Luca Viada e di­vi­so per tanto tempo tra at­ti­vi­tà live e ri­cer­ca di una com­piu­ta cifra sti­li­sti­ca. Fuh, Io Mo­na­de Stan­ca, Rug­gi­ne: si parte da qui, dalla scena di Cuneo, dalla Ca­na­le­se Noise, da uno dei casi più coe­ren­ti re­gi­stra­ti negli ul­ti­mi anni di “scena” rock lo­ca­le. Si va oltre, però: gli Huta si con­net­to­no a quel co­mu­ne sen­ti­re pla­sman­do­ne tut­ta­via i con­no­ta­ti per as­se­con­da­re le pro­prie spe­ci­fi­che esi­gen­ze espres­si­ve.
In­nan­zi­tut­to, al­lo­ra, la me­lo­dia: ab­bia­mo qui a che fare con can­zo­ni, can­zo­ni che so­prav­vi­vo­no alle ca­val­ca­te stru­men­ta­li ma­th-co­re, alle sfu­ria­te noise, agli ad­den­sa­men­ti am­bient (che pre­val­go­no solo nella breve “Spora”), por­tan­do in pegno un gusto grun­ge inu­sua­le e per que­sto vin­cen­te. Si senta -no­men omen- “Seat­tle”: pezzo abra­si­vo e cupo do­mi­na­to dal drum­ming os­ses­si­vo di Viada, dalla massa sfi­bra­ta della chi­tar­ra di Mi­la­no e da un’in­ter­pre­ta­zio­ne, quel­la di Car­le­va­ris, sor­pren­den­te­men­te si­mi­le ad un ipo­te­ti­co Co­bain in­gag­gia­to dai Jesus Li­zard. Fun­zio­na, que­sto è quan­to.
I brani in sca­let­ta pro­ce­do­no senza in­top­pi, stra­ti­fi­ca­ti, densi: si pren­da “Hone”, gio­ca­ta sul­l’al­ter­nan­za tra rif­fo­ni noise e vi­lup­pi ma­gne­ti­ci di chi­tar­re in delay, o la so­len­ne “Gra­vel” ri­go­ro­so sa­li­scen­di sor­ret­to da una mas­sic­cia ses­sio­ne rit­mi­ca e da un ot­ti­mo la­vo­ro sulle sei corde, che da­ran­no il me­glio nelle tes­si­tu­re ip­no­ti­che in re­ver­se delay di “Camel”, o an­co­ra la con­clu­si­va “A Slow Decay”, im­po­nen­te mo­no­li­te noi­se-grun­ge.
Re­gi­stra­to in ana­lo­gi­co all’Oxy­gen Stu­dio di Pa­ri­de Lan­cia­ni, “How to Un­der­stand Ani­mals” è un esor­dio più che sod­di­sfa­cen­te: me­ri­to di una scrit­tu­ra ar­di­ta (la co­stan­te dia­let­ti­ca tra ar­peg­gi e riff, i cambi di tempo, i sa­li­scen­di stru­men­ta­li) e a trat­ti spe­ri­men­ta­le (la pas­sio­ne di Mi­la­no per l’e­let­tro­ni­ca, lo sma­net­ta­re con pe­da­lie­re e loop sta­tion), ma anche di un com­ples­si­vo senso “pop” che non sa­cri­fi­ca la me­lo­dia e il song­w­ri­ting (no­no­stan­te l’uso del­l’in­gle­se sia spes­so le­ga­to ad esi­gen­ze “mi­me­ti­che”, qui ab­bia­mo a che fare -si pren­da la bel­lis­si­ma “Hone”- con testi com­piu­ti, di spes­so­re). Ok, c’è an­co­ra da per­fe­zio­na­re qual­co­si­na, da rat­top­pa­re qual­che falla (penso alla prima “Star­ship”, che scon­ta una mec­ca­ni­ca non così olia­ta), ma il dado è trat­to: sa­reb­be as­sur­do fer­mar­si ora.

RONNY TAILOR

RONNY TAYLOR

Quartetto torinese dedito a un progressive strumentale, i Ronny Taylor non seguono certo la falsariga di ciò che la gente comunemente associa al termine “prog”, ovvero il rock sinfonico e barocco di band come Genesis o Yes. No, no, no: i Ronny Taylor si collocano al centro di un triangolo ideale che ha i suoi vertici nell’irriverente sarcasmo in salsa jazz-rock di Frank Zappa, nell’avventurismo frenetico dei King Crimson (quelli dei Mark III e IV), nello sberleffo muscolare dei Primus, non disdegnando però sonorità che possono evocare quelle dei Calibro 35 e di tutti i compositori italiani degli anni ’70 cui essi si ispirano.
La componente ironica e sarcastica è particolarmente evidente fin dal titolo: chiamare “Karaoke” un album strumentale è un calembour da Commedia dell’Arte, converrete. E così titoli come “Pritish Bop” (che capovolge, grazie allo scambio di consonante, un genere musicale alieno dai nostri nel “Bop di Pritish”, che è un nome indiano) o “Bambini di legno per giocatoli di carne” o ancora “Circlepit, squarepit, trianglepit” evidenziano un gusto del capovolgimento paradossale molto zappiano. I musicisti sono quadrati, suonano bene, sono in grado di sposare creativamente piccole citazioni ultrapop con partiture che le stravolgono (abitudine di derivazione jazzistica) e danno vita a un disco cerebrale ma anche piacevole, pur nella mancanza del pezzo travolgente e memorabile.